Una denuncia anonima — 22.03.1931

Queste documentazioni completano il quadro di ciò che fu fatto in Italia durante quel triste periodo.
A imperitura testimonianza delle belle cose fatte dai ragazzi che hanno creduto agli ideali scout e che hanno creato una strada là dove c’era il deserto.
Sono convinto che anche leggendo queste antiche carte si riuscirà a trovare la forza di rinascere più forti di prima dopo questo periodo difficile.

Grazie di cuore Mario

Nova et vetera

Salvatore Salvatori con dei ragazzi in escursione, forse nel periodo clandestino (AGESCI Centro Documentazione, Fondo 27 – Carte di Salvatore Salvatori, fasc. 2)

È il marzo del 1931. Lo scoutismo è sciolto ormai da tre anni, ma diversi capi e gruppi hanno trovato modo di continuare in una forma o nell’altra le loro attività. Uno di questi è Salvatore Salvatori, a questo punto attivo alla Parrocchia dell’Immacolata e l’Istituto Pio X dei Padri Giuseppini, nel quartiere San Lorenzo.

Ma siamo in tempi di regime. Qualche buon’anima — che si firma “umilissimo servo, ex-combattente di quella guerra che anche voi combattete” — non riesce a sopportare quest’affronto al fascismo, e manda una denuncia anonima. La lettera porta il timbro di protocollo della segreteria particolare di S.E. il Capo del Governo — la lettera è arrivata all’ufficio del Duce.

Ironia vuole che questa denuncia ci offre uno spunto documentato della vita clandestina…

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Racconto al fuoco di bivacco

Per gli scout di oggi a memoria del disastro del Vajont.

La sera del 9 ottobre 1963 una grande frana si staccò dalle pendici settentrionali del monte Toc, precipitando nel bacino artificiale sottostante. La caduta nell’invaso di oltre 270 milioni di metri cubi di rocce e detriti generò un’onda alta più di cento metri che superò la diga e si abbatté sugli abitati della valle del Vajont, causando quasi duemila vittime.

In un angolo del camposcuola di Bracciano, sotto un’immagine Mariana, posta a ricordo del servizio compiuto dagli scouts al Vajont, è fissata una piccola bicicletta tutta contorta…

Una toccante testimonianza di quello che fecero i soccorritori di allora, quando i volontari di protezione civile come li conosciamo oggi ancora non esistevano.

Il vero fattore X contro il virus è il senso civico: lezioni asiatiche

Liberalismo e senso civico non sono alternativi. Senso civico e responsabilità sono presupposti per una società liberale compiuta.

Le società occidentali resistono alle misure anti contagio in nome della libertà individuale, con un risultato paradossale. Oggi i cittadini sono più liberi in Asia proprio perché seguono volontariamente regole sanitarie più severe e limitanti.

(di BYUNG-CHUL HAN su Domani del 31 ottobre 2020)

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Alla domanda sul perché il Giappone abbia avuto molto più successo nella lotta contro la pandemia rispetto all’occidente, il ministro delle Finanze giapponese dalle riconosciute tendenze nazionalistiche, Taro Aso, risponde seccamente con la parola «mindo», letteralmente «il livello delle persone».

L’affermazione del ministro delle Finanze ha scatenato un dibattito persino in Giappone. Gli è stato rimproverato di diffondere sciovinismo nazionalista in un periodo in cui sarebbe invece necessaria solidarietà tra tutti i paesi del mondo.

Aso però difende la sua posizione, sostenendo che i giapponesi hanno seguito le rigide norme igieniche in maniera risoluta, nonostante il governo non abbia imposto sanzioni ai trasgressori. Le persone negli altri paesi non sarebbero state in grado di farlo, continua Aso, nemmeno se fossero state costrette.

Non solo il Giappone ma anche altri paesi asiatici come Cina, Corea del Sud, Taiwan, Singapore o Hong Kong continuano a tenere sotto controllo con successo la pandemia. Nel frattempo, Europa e Stati Uniti sono travolti dalla seconda ondata di contagi.

Questa seconda ondata in Asia non si è praticamente manifestata. I numeri più aggiornati sono talmente bassi da poter essere considerati irrilevanti. Proprio questi paesi ci dimostrano che possiamo resistere alla pandemia anche senza il vaccino.

Gli asiatici stanno constatando con stupore quanto gli europei siano indifesi di fronte al virus, quanto siano impotenti i governi europei nella lotta alla pandemia.

Di fronte a differenze così nette per nel numero dei contagi, la domanda quasi s’impone: cosa distingue la strategia asiatica da quella europea? L’arginamento della pandemia in Cina si può ricondurre in parte a una rigorosa sorveglianza dell’individuo, inimmaginabile per l’occidente. Ma la Corea del Sud e il Giappone sono democrazie.

Un totalitarismo digitale di stampo cinese non è ammissibile in questi paesi. In Corea del Sud viene applicato però con costanza il tracciamento digitale. Il paese non è in mano alle aziende sanitarie, ma alla polizia. I contatti diretti vengono individuati con metodi forensi. Anche la app anti contagi che tutti hanno installato, nonostante non ci sia nessun obbligo, funziona in maniera precisa e attendibile.

Quando le tecniche di tracciamento normali non bastano più, vengono analizzati anche i pagamenti con carta di credito e innumerevoli telecamere di sorveglianza pubbliche.

L’Asia per l’arginamento efficace della pandemia deve quindi ringraziare un regime sanitario rigoroso che sfrutta la sorveglianza digitale? Non sembrerebbe.

Il coronavirus notoriamente si trasmette tra contatti stretti che ogni contagiato può indicare da solo, anche senza la sorveglianza digitale. Ormai sappiamo che non è così rilevante per seguire il contagio sapere chi è stato in quale momento per un breve periodo in quale luogo, chi ha camminato su quali strade. Come si spiega allora che in Asia i numeri dei contagi restano così bassi a prescindere dall’ordinamento politico del paese? Cosa lega la Cina al Giappone o alla Corea del Sud? In che modo si distingue da quella tedesca la strategia di Taiwan, Hong Kong e Singapore?

I virologi si stanno interrogando sui motivi dei bassi numeri di contagi in Asia. Il vincitore giapponese del premio Nobel per la medicina, Shin’ya Yamanaka, parla di un «fattore X» non facile da spiegare.

È fuori questione che i paesi liberali occidentali non possano implementare la sorveglianza individuale sul modello cinese. Ed è un bene. Il virus non deve minare le democrazie liberali. Sui social media, però, la cura della privacy viene in fretta gettata alle ortiche anche in occidente. Tutti si mettono in mostra senza vergogna. Le piattaforme digitali come Google e Facebook hanno un accesso illimitato alla sfera privata. Nessuno si lamenta del fatto che Google legga e valuti le nostre mail.

Non è solo il governo cinese a raccogliere i dati dei suoi cittadini per controllarli e disciplinarli. Il sistema di credito sociale dello stato cinese si basa sugli stessi algoritmi che utilizzano anche i sistemi di scoring occidentali come il Fico negli Stati Uniti o lo Schufa in Germania. Considerando la questione da questo punto di vista, la sorveglianza panottica non è un fenomeno soltanto cinese. Di fronte alla sorveglianza digitale che già avviene dappertutto, il tracciamento anonimo attraverso le app anti Coronavirus sembradavvero innocuo. Ma il tracciamento digitale molto probabilmente non è la causa principale del successo degli asiatici nella lotta alla pandemia.

Se si toglie alle parole del ministro delle Finanze giapponese il sottotesto nazionalista, contengono un briciolo di verità. Indicano l’importanza del senso civico, dell’azione comune in una crisi pandemica. Laddove le persone rispettano volontariamente le regole sanitarie, ci si possono risparmiare controlli e obblighi che impiegano molto personale e costano parecchio tempo.

Durante l’alluvione del 1962 pare che Helmut Schmidt, allora ministro dell’Interno del Land di Amburgo, abbia detto: «La forza d’animo si dimostra in tempo di crisi». L’Europa, evidentemente, non riesce a mostrare forza d’animo di fronte alla crisi. Nella pandemia le democrazie liberali occidentali stanno mostrando debolezza. Evidentemente, la dottrina liberale favorisce il decadimento del senso civico. Proprio la pandemia mostra quanto sia importante. Del decadimento è prova il fatto che i giovani celebrano feste illegali nel bel mezzo della pandemia, che i poliziotti che dovrebbero disperderle vengano aggrediti, e gli si sputi o tossisca addosso, o il fatto che le persone non abbiano fiducia nello stato. Paradossalmente, gli asiatici hanno più libertà proprio perché rispettano volontariamente le rigide regole sanitarie. Né in Giappone, né in Corea del Sud sono stati stabiliti lockdown o coprifuoco. Anche il danno economico è risultato molto meno grave che in Europa. Il paradosso della pandemia è che alla fine c’è più libertà se ci si limita volontariamente. Chi, per esempio, respinge la mascherina perché limita la propria libertà, alla fine ne ha meno.

I paesi asiatici non sono molto influenzati dalla dottrina liberale. Per questo motivo gli asiatici hanno poca comprensione e tolleranza per gli individualismi. Le costrizioni sociali, di conseguenza, sono estremamente forti. Questo è anche il motivo per cui da coreano preferisco continuare a vivere nel focolaio di coronavirus scoppiato a Berlino invece che nella Seul libera dal virus. Un alto numero di contagi durante la pandemia non è, però, e questo va sottolineato, una conseguenza naturale del modo di vivere liberale che dovremmo semplicemente accettare. Senso civico e responsabilità del singolo sono armi liberali efficaci contro il virus. La dottrina liberale non porta necessariamente a un individualismo volgare e all’egoismo, che fanno il gioco del virus.

La Nuova Zelanda, un paese liberale, ha sconfitto la pandemia già per la seconda volta. Il successo dei neozelandesi è dovuto anche in una mobilitazione del senso civico. La premier neozelandese, Jacinda Ardern, ha parlato con empatia del «team dei cinque milioni». Il suo appello appassionato al senso civico è stato accolto molto bene dalla popolazione. Il disastro americano si può ricondurre invece al fatto che Trump abbia minato il senso civico per puro egoismo e sete di potere e ha diviso il paese. Il suo modo di fare politica impedisce la creazione di ogni sentire comune. Liberalismo e senso civico non devono essere alternativi. Senso civico e responsabilità del singolo sono piuttosto presupposti essenziali per una società liberale compiuta. Più una società è liberale, più è necessario il senso civico. La pandemia insegna cosa significa la solidarietà. La società liberale ha bisogno di un forte concetto di “noi”. Altrimenti decade in un assembramento di egoisti. A quel punto il virus ha vita facile. Se anche in Occidente parlassimo di un «fattore X» clinicamente inspiegabile che mette in difficoltà il virus non sarebbe altro che il senso civico, l’agire comune e la responsabilità nei confronti del prossimo.

“Al momento dovuto”

“… ogni cosa viene da Dio sempre per il meglio, purché se ne usi «al momento dovuto», per l’uso cui è destinata; ma la deviazione dal retto giudizio sulle realtà esistenti, porta il bene a divenire occasione di male.”

(San Gregorio di Nissa)

Dice Gregorio di Nissa, monaco e teologo, intorno al 381: Si potrebbe fare questo esempio; qualcuno ha preparato sulla tavola tutto il necessario per un banchetto, e ha disposto tutte le posate necessarie per prendere il cibo – quello che appunto viene preparato così da chi è maestro in quest’arte. Ci sono coltelli affilati con […]

Il solito problema delle posate (Dice il monaco, LXXIII)

Un cesto di olive – José Luis Blanco Vega

José Luis Blanco Vega è un poeta che pochi conoscono e molti inconsapevolmente ammirano. Suoi sono tanti inni liturgici in spagnolo e che “nessuno sa di chi siano”.

Luis Alonso Schökel, amico del poeta, dice di lui: “La sua poesia è classica e moderna, versatile e sicura. Non solo ha letto moltissime poesie di tutte le età, ma è un lettore formidabile che ha una grande capacità di assimilare, di convertire ciò che viene letto nella sua sostanza. Ed è un creatore. Per il quale non chiede il permesso ai Cenacoli o è un fratello di tendenze. La sua opera è poesia. Mettiamo gli aggettivi per capirci supponendo di aver prima compreso la poesia. Ricco di intuizioni e proprietario di risorse formali. Perfino le poesie sembrano un’esibizione formale spensierata o nascondono preziose intuizioni. Poesie robuste e potenti, che sembrano ignorare la forma, sono state incessantemente cesellate. Probabilmente è un poeta nel grembo di sua madre, come direbbero gli ebrei”.

José Luis Blanco Vega, SJ, asturiano di nascita, alternava l’insegnamento della letteratura spagnola al suo impegno di scrittore e poeta.

***

Un cesto di olive

– Bacchiatore, cosa porti per mio figlio?
– Olive del Frutteto degli Ulivi.
– Senti, non essere amareggiato.
– L’amarezza, Signora, viene dopo.
– Cosa me ne faccio di un cesto di olive nuove?
– Una torta d’olio se la macinassi. E un lampadario nel caso in cui i Re Magi perdano la loro stella.
– Guarirò il Bambino con gli avanzi.
– Il vostro Bambino è di carne diversa dall’uomo.
– Dio lo custodisca per me senza dolore per trent’anni.
Ma chi lo sa!
***

El invisible – José Luis Blanco Vega

La Compagnia di Gesù venne fondata in Spagna ai tempi della Riforma cattolica. Il buon cattolico spagnolo doveva evitare due temi – quello erotico e quello eretico – che hanno grandi vincoli artistici. La nascente Compagnia visse pertanto in un’atmosfera di diffidenza verso la poesia, che in particolare col generalato di Claudio Acquaviva, si trasformò in proibizione.Dopo la restaurazione della Compagnia di Gesù del 1820 e per tutto il XIX secolo non è possibile trovare gesuiti poeti spagnoli di rilievo.

Nel XX secolo di particolare valore è la figura di José Luis Blanco Vega (1928-2005), gesuita asturiano, che ha unito la docenza di Letteratura spagnola alla vocazione poetica.

Persona molto riservata e umile, José Luis solo alla fine della sua vita ha permesso che le sue composizioni venissero pubblicate.

Il poemetto è tratto dalla raccolta “…Y tengo amor a lo visible”. Il testo è la rievocazione dell’Esodo in termini che accendono i sensi dell’immaginazione e rendono palpabile l’evento e viva la presenza del Dio invisibile, che «del deserto fa pane e della luce una bevanda pura». La traduzione italiana è di Giuseppe Romano.


***

L’invisibile

Loro avevano visto da vicino
gli dei di terribile bellezza,
capaci di sciogliere la terra,
di promuoverne i visceri
a vino e pane, ai legumi lieti
che poi si spartivano nelle cucine d’Egitto.

Oh, come scordare che quegli dei dimorano
nei luoghi fecondi, nel limo dei fiumi,
nell’erba intrisa, nel ventre dei campi,
e vegliano attenti le sponde dell’acqua
che giunga fino al sonno del grano
e corrono alacri e fertili
tra i greggi di pecore e capre,
di tori e di vacche copulanti al sole
come se unissero i poli della terra?

Ma a loro imposero la fuga notturna
dalle porte marchiate con fregi di sangue,
mentre l’angelo del Signore appariva nei coltelli
dell’ultima cena dei primogeniti.

Quando giunse l’alba
e videro che luogo attraversavano,
la sabbia dove la luna aveva dormito
cocente a mezzogiorno,
allora Israele gridò e si ricordò degli dei
dotati di faccia, o testa di cane
o seni numerosi, corna taurine
(così si poteva riconoscerli)
e si misero a reclamare un dio a portata d’occhio
in modo da eventualmente colpirlo
o montargli sulle spalle
o perquisirlo per rubargli un raccolto.

Mosè aveva detto loro: il nostro dio non beve,
non spezza il pane, non gradisce il grasso del bue
che stilla sulle braci,
perché è invisibile,
del deserto fa pane
e della luce una bevanda pura.

E il popolo fece stridere i denti,
si tappò le orecchie.
Fu allora che consegnarono al fuoco i bracciali,
i piccoli anelli, le collane di pepite d’oro;
tutto a bruciare nella storta rovente
per forgiare il toro, l’animale sicuro,
e il popolo ballò festoso
intorno a un dio riconoscibile.
Credettero che i suoi occhi dorati
scrutassero i confini del deserto,
che le sue gambe li avrebbero aiutati a varcarlo
e che il suo sesso avrebbe impregnato la sabbia
finché scoppiasse in pani e grappoli.
Al mattino Mosè tornò dal monte
e l’accampamento dormiva sotto l’idolo.
Si destavano ebbri,
si guardavano storditi dal vino
e puntavano le dita verso il toro
solitario nel centro del bivacco.

Non si erano mossi di un millimetro.
Non era cambiato niente. Sfrigolava la sabbia rossa,
nessun prodigio moltiplicò la farina degli orci,
l’olio non si effuse come un silenzio gentile,
né l’acqua si accostò alle tende
a chiamarli per nome.

Fu allora che Mosè gridò, alzò il braccio
verso la luce che cresceva implacabile,
la luce pronta a divorare il popolo
con inclemenza folgorante.

Ah, tornava il dio invisibile, l’assenza fragorosa
a stendere il deserto come un mantello,
e a uno a uno sarebbero caduti, finché la sabbia
fosse coperta di ossami biancheggianti.

Soltanto alcuni raggiunsero la fine del deserto,
piantarono limoneti, aranceti,
ebbero figli e figlie
e dissero loro:

— Rendiamo grazie
a colui che non ha volto,
a colui che non ha mani,
a colui che non ha piedi,
a colui che la pioggia non bagna
e che il fuoco non brucia…

(Era una lista lunga,
fino a svestire Dio di tutto l’uomo)

E i bambini sbucciavano le arance,
bevevano acqua e limone, mangiavano
pane di frumento
e dicevano: Amen.

Qualcuno degli anziani, a un tratto, pensieroso
ricordava un tempo
in cui molti morivano chiedendo
del volto di Dio.

***

San Cristoforo

La bellissima chiesetta dove ci siamo sposati

Vecchia Milano

E’ una chiesa molto particolare quella di san Cristoforo sul Naviglio, situata lungo il Naviglio Grande nella via che prende il nome dalla chiesa, una via stretta che collega il piazzale delle Milizie con l’Alzaia del Naviglio Grande.

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Scautismo per ragazzi

Il canale Youtube webradioscout ha registrato le chiacchierate fatte da Don Romano Nicolini, AE Scout di Agesci Rimini, sul testo più noto di Baden Powell.

In questa playlist ho raccolto i video sinora pubblicati.

Potete anche contattare Don Romano a questi numeri di telefono 0541718846 – 3398412017 oppure e rispondere ai Quiz Scout e inviargli una mail nicoliniromano40@gmail.com

Guide AGI 1967

Documentario del 1967 che, seguendo un reparto romano in uscita, presenta il mondo del guidismo.

Poco più di cent’anni fa le prime ragazze inglesi iniziarono a vivere l’esperienza scout e in questo antico video si vede come già 50 anni fa le ragazze vivevano con entusiamo la proposta scautistica al femminile.

RaiStoria

AGI, acronimo di Associazione Guide Italiane, è stata l’associazione femminile scout nata nel 1943 che è poi confluita, nel 1974 attraverso una fusione con l’ASCI (Associazione Scout Cattolici Italiani), nell’Associazione guide e scouts cattolici italiani (AGESCI).

La fondazione avvenne il 28 dicembre 1943, a Roma, alle Catacombe di Priscilla, dove la prima squadriglia di sette guide, formata da Giuliana di Carpegna, nipote di Mario di Carpegna, fondatore dell’ASCI , pronunciò la loro promessa nelle mani di padre Agostino Ruggi d’Aragona che essendo stato nella sua giovinezza capo e commissario dell’ASCI, poteva rappresentare idealmente la grande famiglia degli scout e delle guide.

La principessa Maria Massimo Lancelotti, l’8 dicembre 1944, fu nominata presidente del Commissariato centrale dalla Santa Sede (che aveva prontamente riconosciuto l’AGI) e mantenne tale carica fino al 1954 quando fu nominata capo guida. Nel 1955 si dimette per motivi di salute.

Nel 1948 furono elaborati i programmi per le branche Coccinelle e Scolte ispirati rispettivamente ai sentieri e alla spiritualità della strada.

Il 5 luglio 1953 a Trento iniziò la prima Route Nazionale riservata alle commissarie: il guidismo coglieva l’occasione per fare un esame serio del proprio cammino, che sarebbe sfociato nello statuto del 1954.

Dopo le profonde riflessioni sociali e culturali innescate dall’avvento del 1968 si aprì un dibattito all’interno nell’AGI.

A seguito a questo dibattito il 4 maggio 1974 le due associazioni riunite in assemblea deliberarono di riunirsi nell’AGESCI.